Gaetano Forni, seminatore di scienza e maestro di umanità

Il 14 marzo, nella sua casa di Milano, poco tempo dopo avere festeggiato con i figli i 99 anni, è
morto Gaetano Forni. Siamo certi che la notizia abbia rattristato tutti quelli che lo hanno conosciuto
come una persona cordiale, generosa, discreta oltre che come uno studioso dotato di una infinita
curiosità per tutte le discipline, scientifiche e umanistiche, che lo ha portato a dare una serie
fondamentale di contributi alla agronomia, alla storia dell’agricoltura, all’antropologia e alla
museologia etnografica.
Data la poliedricità dei suoi interessi e dei suoi lavori, i vari ricordi già pubblicati diffusi da chi
negli ultimi anni ha collaborato più da vicino e con continuità con lui, arricchiscono la nostra
conoscenza dell’uomo e dello studioso impegnato su vari fronti: promotore di iniziative culturali e
realizzatore infaticabile di imprese divulgative, nel Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura.
Rimandiamo quindi senz’altro alle ricostruzioni biografiche di Luigi Mariani e Osvaldo Failla, che
sono stati i suoi successori alla direzione del museo di Sant’Angelo Lodigiano:
L’articolo curato da Luigi Mariani, è consultabile e scaricabile al link:
https://www.storiaagricoltura.it/articoli/biografia-di-gaetano-forni/2273 uscito sul numero 1 del
2026 della “Rivista di Storia dell’Agricoltura”, con il contributo di diversi altri autori. Come ha
scritto Osvaldo Failla il saggio costituisce un ampio profilo biografico, scientifico e umano di Forni,
figura centrale tra gli studiosi della storia dell’agricoltura, dell’etnografia rurale e della museologia
agraria degli ultimi ottant’anni. Mariani ne sottolinea la straordinaria vitalità intellettuale di cui si
poteva avere prova anche negli ultimi mesi di vita quando ha continuato a studiare, scrivere e a
seguire attivamente le vicende sociali. Viene ricordato come uno dei maggiori studiosi italiani di
storia dell’agricoltura, honorary member dell’AIMA dell’UNESCO e Accademico Emerito dei
Georgofili. La sua attività univa agronomia, archeologia, etnografia, antropologia e museologia in
una visione interdisciplinare estremamente originale.
Uno dei nuclei centrali dell’articolo riguarda il Museo di Storia dell’Agricoltura (MULSA) di
Sant’Angelo Lodigiano, considerato la principale eredità culturale lasciata da Forni. L’idea del
museo nacque nel 1971 durante le celebrazioni per il centenario della Facoltà di Agraria di Milano,
anche grazie alle sollecitazioni dello studioso cecoslovacco František Šach, stupito che l’Italia,
patria di grandi tradizioni agronomiche fin dall’età romana, non disponesse ancora di un museo
dedicato alla storia dell’agricoltura. Forni con altri padri fondatori del Museo visitò negli anni ‘70
molti musei agricoli ed etnografici europei, traendo ispirazione da queste esperienze per la
progettazione del MULSA.

Il museo, ospitato nel castello di Sant’Angelo Lodigiano presso la Fondazione Morando Bolognini,
venne concepito non come luogo nostalgico o celebrativo, ma come strumento per comprendere il
passato agricolo al fine di interpretare il presente e progettare il futuro. Failla e Mariani
sottolineano, tra l’altro il fatto che “Forni e la moglie Francesca Pisani dedicarono enormi energie
alla costruzione e alla gestione del museo, spesso raggiungendolo con i mezzi pubblici da Milano e
mantenendolo aperto con una continuità oggi irripetibile”.
Il documentario dedicato al museo diretto da Gaetano Forni
La collaborazione dei coniugi Forni unita a quella con il museologo Roberto Togni portò nel 1997
alla pubblicazione della Guida ai musei etnografici italiani. Agricoltura, pesca, alimentazione e
artigianato presso l’editore Olschki: un volume prezioso che fu per me particolarmente importante
negli anni in cui ero stato chiamato a progettare un “museo contadino”.

Dopo avere visto diverse esposizioni del settore etnografico negli anni precedenti, decisi di rubare
un po’ del mestiere andando per qualche giorno al museo che, almeno nell’Italia settentrionale,
risultava essere il più importante e il meglio organizzato: il Museo degli Usi e Costumi della Gente
Trentina, aperto trent’anni prima a San Michele all’Adige. Nell’agosto del 1997 fui accolto dal
direttore Giovanni Kezich e dai suoi collaboratori a san Michele, quando ebbi anche modo di
incontrare, nella sua casa di Trento, Giuseppe Šebesta, il creatore del museo. Il mese dopo fui
invitato ad assistere al Seminario Permanente di Etnografia Alpina, organizzato al museo, in
quell’anno dedicato al dialettologo ed etnografo svizzero Paul Scheuermeier e fu in quella
occasione che credo di avere visto per la prima volta, tra il pubblico, Gaetano Forni. Lo notai per il
corredo del suo abbigliamento fatto di macchina fotografica, quaderno per gli appunti e, forse,
anche un piccolo registratore. Il suo equipaggiamento lo distingueva dagli altri, insieme al suo
modo diretto e cordiale di conversare, dimostrando sempre un vivo interesse per le opinioni
dell’interlocutore.
Lo avrei ritrovato in seguito varie altre volte in diversi luoghi, per occasioni simili, dove c’era la
necessità di ascoltare e documentare, imparare e proporre, dialogare e progettare iniziative utili alla
divulgazione di qualche ricerca di interesse antropologico.
L’anno dopo, ad esempio Gaetano fu tra i promotori di un grande convegno svoltosi in febbraio nel
1998 per i cento anni della Fiera di Verona nella città scaligera, dal titolo Agricoltura, musei,
trasmissione dei saperi, di cui uscirono gli atti nel 2000 a cura di Giancarlo Volpato. Vi
parteciparono museologi, storici, antropologi, architetti, geografi, dialettologi, funzionari e
amministratori pubblici. Gaetano Forni propose un testo programmatico introduttivo Un Congresso
per promuovere nel nostro paese un rivolgimento di mentalità e un’ampia disamina di quelli che
considerava Errori e meriti degli etnomuseologi. La funzione del museo locale realtà perenne coeva
dell’uomo. Anche lì, ovviamente, ebbi modo di imparare e di riflettere sul museo che andavamo
preparando a Galbiate, non più come “museo contadino” ma come “museo etnografico”.
Prima della sua inaugurazione ci fu nel maggio del 2001 a Santarcangelo di Romagna il convegno
di fondazione della Società Italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici, a
conclusione del quale fu eletto il comitato direttivo dell’associazione, per cui si cercò di dare
rappresentanza a diversi territori e a diverse professionalità dell’antropologia museale italiana. Tra
le proposte di candidatura per eleggere i componenti del nuovo organismo ci fu anche quella per
Gaetano Forni, che da 30 anni infatti guidava il museo di Sant’Angelo e poteva rappresentare una
regione significativa come la Lombardia, godendo della stima dei presenti come coautore della
Guida in cui si evidenziava una conoscenza diretta dei musei del settore a livello nazionale. Tutti
furono stupiti, ed io più di tutti, quando Gaetano, che era venuto a Santarcangelo in auto con me,
propose la mia candidatura al posto della sua. Mi parve un atto di generosità e di stima che non
pensavo di meditare, visto che il Museo Etnografico dell’Alta Brianza non era ancora stato
inaugurato e che nella gestione di un museo del settore ero un neofita.
Due anni dopo, nell’aprile del 2003, inaugurammo il MEAB con un convegno che evocava il
classico volume ciresiano con il titolo Oggetti, segni, contesti. Ricerche e prospettive di un museo
etnografico. Gaetano portò il suo contributo a una tavola rotonda su Sistemi museali e musei in rete:
una nuova sfida per i musei etnografici, insieme ad altri esperti con punti di vista diversi sui musei
lombardi del settore, sulla base dei rispettivi ruoli.
Gaetano Forni al convegno di inaugurazione del MEAB. Galbiate, 2003
Gaetano Forni con varie giovani colleghe all’inaugurazione del MEAB. Galbiate, 2003

Forni era particolarmente interessato a questa prospettiva di collaborazione, che andava auspicando
fin dalla fondazione del suo museo, trent’anni prima, tanto che tra il 2005 e il 2006 partecipò con
entusiasmo, insieme ad altri responsabili di museo, agli incontri di elaborazione della Rete dei
Musei e dei Beni Etnografici Lombardi che chiamammo Rebèl. Nel frattempo ci faceva avere vari
saggi più o meno recenti sulle sue ricerche e con le sue riflessioni sui musei, spesso accompagnati
da cartoline manoscritte del suo museo: tra questi, nel 2001, “secondo promessa” mi aveva regalato
il suo importante volume Gli albori dell’agricoltura. Origine ed evoluzione fino agli etruschi
(Reda, Roma 1990).
Cartoline del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura.
Aratura rituale in epoca romana. Giochi di bambini in un modello di cascina

La sua benevolenza nei confronti del sottoscritto e del MEAB, era poi risultata evidente quando
aveva curato nel 2004 il capitolo sui musei della Lombardia nella rassegna, articolata per regioni,
pubblicata dalla Commissione Nazionale per i Beni Demoetnoantropologici con il titolo Il
Patrimonio Museale Antropologico. Itinerari nelle regioni italiane: riflessioni e prospettive (2a
edizione ampliata ADNKronos). Era significativo che una commissione formata da 13 docenti di
antropologia o studiosi di formazione antropologica avessero affidato a Gaetano Forni la
ricognizione sulla nostra regione, dove nelle università ancora alla fine del secolo scorso
mancavano insegnamenti universitari stabili di storia delle tradizioni popolari o di antropologia
culturale.
Un contributo significativo alla riflessione sul museo etnografico ebbe luogo anche nello SPEA
2005 al MUCGT, dedicato a Giuseppe Šebesta e la cultura delle Alpi, cui Forni aveva dato il suo
contributo (cfr. “SM”, 20/2007) e questo ci aveva suggerito di riproporre nella sede del MEAB un
confronto sulla storia del museo di San Michele all’Adige, dal titolo A scuola da Šebesta, nei giorni
di settembre dedicati al santo arcangelo, nel 2008, a 40 anni dalla sua fondazione.
Gaetano Forni parla della museologia di Giuseppe Šebesta al MEAB. Galbiate, 2008
L’esperienza del MEAB nella realizzazione di alcuni documentari etnografici aveva intanto fornito
a Forni lo spunto per un progetto relativo al Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura, di cui
illustrare la storia e le caratteristiche principali. Il film fu realizzato nel 2008, con una serie di
interviste prevalentemente effettuate presso la sede del museo o nella facoltà di Agraria
dell’Università di Milano, dove l’idea del museo aveva preso forma attorno al 1970. Il
documentario con le sue testimonianze è ancora visibile attraverso questo link:
www.youtube.com/watch?v=HzjyxWwIW7Y.

Nello stesso anno Gaetano ricevette a San Michele il premio Michelangelo Mariani, destinato a
studiosi che nel corso della loro carriera si sono distinti nel campo dell’etnografia di ambito alpino,
per i suoi circa trecento lavori storico-etno-archeologici, in particolare sulle tecniche e gli
strumenti di lavoro rurale, oltre che per la sua attività didattica svolta in varie sedi e per le sue
iniziative di promozione scientifica all’interno di diversi sodalizi.
Sempre nel 2008 Forni tornò a Galbiate in novembre per partecipare con la relazione Per una storia
dei musei etnoantropologici in Lombardia al primo di tre progetti elaborati con i colleghi lombardi
della rete Rebèl: il convegno Dal ‘campo’ al museo. Esperienze e buone pratiche nei musei
etnografici lombardi, con una ventina di relatori, di cui usciranno gli atti nel 2009 nella collana
“Quaderni di etnografia” del MEAB.
La Rete, poi, nel giro di qualche anno, realizzò altre due pubblicazioni collettive dedicate alle
culture alimentari: Il cibo e gli uomini. L’alimentazione nelle collezioni etnografiche lombarde, a
cura di L. Mariani e M. Pirovano, Rebèl – Parco Monte Barro 2012 e Gli uomini e il cibo. Una
risorsa per le scuole dai musei etnografici lombardi, a cura di G. Barozzi, F. Merisi e M. Pirovano,
Rebèl – Parco Monte Barro 2014. Di queste tre pubblicazioni è possibile leggere e scaricare i vari
saggi attraverso il sito della Rete: https://rebel.lombardia.it.
Forni in visita alla mostra della rete Rebèl Tesori nascosti,
curata da Fabrizio Merisi presso il Museo del Lino. Pescarolo e Uniti 2015

Al di là del valore professionale e scientifico dell’opera di Gaetano Forni, che richiederà uno studio
approfondito capace di valorizzare il complesso dei contributi che ci ha lasciato, è importante
sottolineare il valore del maestro, sempre rispettoso del lavoro altrui, capace di incoraggiare i
collaboratori e gli allievi mettendo a disposizione le sue conoscenze ed esperienze, dando il suo
apporto positivo alle discussioni con discrezione ed efficacia.

Massimo Pirovano

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